CESSIONE DEL DIRITTO DI OPZIONE – IMPOSTA DI REGISTRO NELLA MISURA DEL 3%


(Corte di Cassazione, sezione quinta civile, sentenza del 26 aprile 2017, n. 10240)

 

L’atto di cessione a titolo oneroso del diritto di opzione (correlato ad un aumento di capitale di società per azioni) sconta l’imposta di registro nella misura del 3% (tre per cento).
È quanto affermato dalla Corte di Cassazione con sentenza del 26 aprile 2017, n. 10240.
La fattispecie giunta all’attenzione della Suprema Corte ha riguardato l’avviso di accertamento notificato dall’Amministrazione finanziaria (al fine di ottenere la liquidazione di imposta di registro e di sanzioni in relazione ad un atto di cessione di diritti di opzione su azioni) ed il ricorso proposto dall’Ufficio avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale di Bari. In particolare, la CTR con riferimento al predetto atto, aveva ritenuto che la cessione dei diritti di opzione finalizzata a consentire ai cessionari il diritto di accedere all'acquisto di nuove azioni emesse da una banca per aumentare il capitale sociale, rientrasse nella ipotesi di negoziazione di quote di partecipazione che l'art. 11 della Tariffa sottopone a tassazione in misura fissa, e non fra quelle previste dall'art. 9 della Tariffa, sottoposte a tassazione in misura proporzionale.
La Corte di Cassazione non la pensa nello stesso modo, ritenendo che l’atto in parola debba essere tassato applicando l’imposta di registro in misura proporzionale.
Per fare ciò si discosta da quanto affermato in una precedente pronuncia (Cass. 30 maggio 2005, n. 11466) invocata dai ricorrenti (per supportare la tesi dell’erroneità dell’avviso di accertamento notificato dall’Ufficio), sottolineando che essa riguardava un caso non perfettamente coincidente con la fattispecie concreta ora in esame. Più precisamente, nella sentenza n. 11466/2005, la Suprema Corte aveva affermato che «l'atto di cessione dei diritti di opzione dovesse essere registrato a tassa fissa ai sensi dell'art. 9, Tariffa, parte 1, allegata al D.P.R. n. 131 del 1986, sul presupposto che l'operazione negoziale realizzava sostanzialmente una negoziazione di quote sociali». Tuttavia, in quel caso, si trattava di una «ipotesi in cui era pacifico che il cessionario avesse esercitato il diritto di opzione, sottoscrivendo le quote di capitale sociale della società emittente e divenendone il titolare».
La Corte osserva che la cessione dei diritti di opzione non è una cessione di partecipazioni (fattispecie, quest’ultima, tassata con l’imposta di registro in misura fissa) e che, quindi, trattandosi di un atto dotato di “contenuto patrimoniale”, che non trova una specifica disciplina nell’ambito della legge di registro, deve essere ricompreso nell’ambito applicativo della norma residuale di cui all’articolo 9, Tariffa parte prima, allegata al d.P.R. 131/1986, quella che, appunto, dispone l’aliquota del 3% alla base imponibile rappresentata dal prezzo pattuito.
Sul regime di tassazione proporzionale della cessione in parola è stata pubblicata una nota critica (A.Busani, Supertassa sui diritti di opzione, in Quotidiano del Diritto) secondo cui  una simile conclusione solleva quanto meno la riflessione per cui non pare «essere plausibile che l’atto “preparatorio”, preordinato rispetto alla stipula di un altro atto, abbia una tassazione maggiore rispetto all’atto “principale”».

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